Sarà capitato anche a te di sentire il fiato corto, le mani che sudano, il cuore che batte forte, i pensieri che si aggrovigliano e lo stomaco che si chiude; se tu fossi anche felice in quel momento si potrebbe dire che sei innamorato.

Invece non ci stai bene, sai che hai un difficile compito da affrontare, che sei in un luogo per te sconosciuto, che stai male e non sai cosa ti sta accadendo, che sei preoccupato per qualche cosa…

Si certo il vissuto che ho descritto è più o meno quello che ciascuno di noi può definire l’ansia. Si tratta di una delle esperienze più comuni nella vita di tutte le persone ed è legato alla necessità che tutto il nostro organismo sia attivo di fronte ad una certa situazione.

Il vissuto d’ansia, consueto, conosciuto e transitorio, è qualche cosa quindi di comune e di per sé non disturbante, quando invece questo vissuto è fuori controllo, perdurante, se non crescente in modo parossistico, quando pur di evitare le situazioni che creano ansia si mettono in atto strategie e comportamenti che rischiano di compromettere le nostre attività, affetti, relazioni, allora siamo di fronte ad un disturbo. 

Cioè qualche cosa di molto superiore a ciò che tu vivi per le normali preoccupazioni della vita.

 Per questo vorrei esplorare con te il vissuto d’ansia, la sua funzione e la sua origine.

Spesso usiamo dei termini derivati dalla psicologia, ma in modo improprio, così che non riusciamo poi a distinguere quello che è normale o addirittura utile, da ciò che può rappresentare un problema o un disturbo. Anche nel campo complesso e delicato dell’ansia, accade questo.  Proviamo a distinguere quindi quello che chiamiamo impropriamente ansia, da quella che invece è una necessaria attivazione del nostro organismo, cioè quella condizione che ci permette di far fronte a problemi, compiti, novità, performance o preoccupazioni.

Il nostro organismo infatti è programmato per gestire una relazione con l’ambiente che ci circonda, di regolare le funzioni fisiologiche (nutrimento e digestione, sonno e veglia, fatica e riposo) in funzione dei risultati che dobbiamo raggiungere e consentirci ad esempio di proteggerci da un pericolo o di rilassarci in condizione di sicurezza.

Un compito, un pericolo, una preoccupazione, sono condizioni che richiedono al nostro organismo una certa quantità di energia, abbiamo bisogno di essere vigili e attivi. Questa condizione che possiamo chiamare appunto Attivazione è necessaria, è normale, ma può essere confusa con l’ansia perché le sue manifestazioni neurofisiologiche sono le stesse; ciò che genera un problema è, come vedremo, la durata e l’intensità di questo stato: quando cioè la nostra attivazione è troppa e cadiamo nell’ansia o troppo poca e cadiamo nell’apatia.
Ecco perché abbiamo bisogno di imparare a dosare la giusta dose di attivazione.

Cosa accade nel nostro organismo ?

L’attivazione serve a fornire una giusta dose di energia alla persona per i compiti diversi che ha di fronte, per farlo le nostre funzioni fisiologiche si autoregolano a questo scopo e più o meno avviene sempre la stessa cosa in un mix che varia di intensità e focalizzazione a seconda delle persone. 

Il sistema gastrointestinale cerca di svuotarsi e di non impegnare con la digestione le risorse energetiche, quindi, quando abbiamo davanti una certa sfida o ad una preoccupazione, è altamente probabile che sentiamo lo stimolo di evacuare e nel contempo ci si chiude lo stomaco e non sentiamo la fame. Aumenta l’adrenalina in circolo e quindi il cuore pompa più veloce spingendo di più il sangue a dare nutrimento e portare via tossine dai muscoli che sono tesi;  questa maggior circolazione del sangue permette anche di ossigenare di più il cervello che è più concentrato e più attento, lo scambio di ossigeno aumenta e il fiato diventa corto.

Questa attivazione è la memoria neurofisiologica della nostra parte animale più antica, quella che doveva confrontarsi con la paura dei predatori e che doveva permettere e tutt’ora permette, di attivare una reazione istintuale di attacco o fuga di fronte al pericolo.

La paura infatti è un’emozione primaria straordinaria ed utile perché permette alla persona di sopravvivere nelle situazioni in cui sia presente un pericolo, imminente, concreto e puntuale.

I problemi nascono quando questo stato di attivazione permane nel tempo. Le reazione neurofisiologiche, infatti, legate alla attivazione servono quando sono scaricate ma calano superata la situazione di pericolo o realizzato il compito; se invece permangono possono iniziare a danneggiare il nostro organismo: eccesso di cortisolo, adrenalina, stress dell’apparato cardiocircolatorio, di quello gastrointestinale, alla lunga sono infatti nocivi.

Bisogna quindi imparare a distinguere il vissuto di ansia, che potremmo chiamare Attivazione, dal disturbo d’ansia che invece ha caratteristiche specifiche e molto più complesse.
Questa distinzione spero ti possa servire per sapere che, mentre è abbastanza normale avere dei vissuti d’ansia, il disturbo d’ansia, per quanto diffuso, è più raro ed è una vera condizione patologica.

 Non so se ti faccio un piacere ma io spero che tu, leggendo questo mio post, possa trarre un respiro di sollievo e dire una cosa che di solito pochi riescono a dire quando leggono le descrizioni di situazioni patologiche:

“questa non ce l’ho!”

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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