Come si sa, la gran parte dei genitori pensa che:

una sberla non ha mai fatto male a nessuno, anche io le ho prese e sono pur sopravvissuto!

Invece non è proprio vero perché la realtà del maltrattamento, della violenza domestica, era ed è di gran lunga presente e produce danni che conosciamo ma su quali manca, purtroppo, una sanzione sociale forte; inoltre  la violenza nelle relazioni educative non si esprime solo nel gesto fisico.

La maggior parte dei genitori spera che le punizioni, le urlate, i rimproveri, spesso pure gli insulti, servano a insegnare importanti lezioni ai propri figli. In realtà, in questo modo, i figli imparano cose ben diverse da quello che i genitori pensano di insegnare.

Le punizioni fisiche e le altre punizioni degradanti indeboliscono il legame tra genitori e figli.
I genitori hanno il compito di proteggere i propri figli da ogni pericolo ma quando i genitori, al contrario, li feriscono fisicamente o emotivamente, i figli imparano che i genitori non sempre li proteggono. E questo paradossalmente avviene in una periodo storico in cui siamo tutti più attenti alle relazioni affettive.

Noi, genitori d’oggi, abbiamo paura di non essere amati dai nostri figli e per questo facciamo difficoltà a reggere il conflitto con loro. Alle volte, quando il bambino protesta cediamo alle sue richieste accontendolo,  altre volte invece lo puniamo per la sua insistenza.

Sono comportamenti che spiazzano, perché manca tra loro una effettiva coerenza logica e pedagogica. Il nostro comportamento infatti non dipende da una regola, ma dal nostro stato d’animo; cambia se siamo stanchi o se abbiamo un senso di colpa per aver già punito nostro figlio. Insomma il più delle volte non sono i nostri figli a disobbedirci, ma siamo noi poco coerenti.
Agiamo così forse proprio perché abbiamo paura di perdere il loro affetto, ma otteniamo l’effetto di disorientarli. Puniamo ma poi ci facciamo prendere dal senso di colpa, nel frattempo però abbiamo dato al bambino una pessima immagine di sé e di noi stessi: abbiamo urlato, lo abbiamo strattonato, umiliato, usando parole offensive. Un rapporto solido e di fiducia reciproca è alla base di una genitorialità positiva e di uno sviluppo sano del bambino. Se invece questo rapporto si indebolisce, il bambino potrà avere difficoltà emotive e comportamentali.

Le punizioni fisiche e le altre punizioni degradanti compromettono lo sviluppo emotivo del bambino.
Il bambino ha bisogno di sapere che è amato ed apprezzato da parte di chi lo ha messo al mondo: le punizioni fisiche e le altre punizioni degradanti possono essere percepite dal bambino come un rifiuto da parte delle persone di cui ha più bisogno. Questa esperienza può avere effetti permanenti sulla sua autostima e sulla sua capacità di costruire relazioni sane. Bambini così possono diventare emotivamente instabili, avere difficoltà nello sviluppare una propria indipendenza, così come a costruire relazioni affettive non fondate sul dominio o sul controllo. Se diciamo ad un bambino “Smettila sei uno stupido” o “Smettila di comportarti come uno stupido” c’è una grande differenza, perché nel primo caso si porta un’attacco all’identità del bambino, nel secondo lo si invita a cambiare comportamento facendo appello sulle sue capacità positive ( so che non sei stupido).

Le punizioni fisiche e le altre punizioni degradanti possono generare sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori che i bambini non riescono a esprimere direttamente. Di conseguenza i bambini cominciano ad avere paura dei genitori e quindi a mentire per difendersi. Inoltre questo genere di punizioni diventa un modello di risoluzione aggressiva delle situazioni conflittuali che il bambino tenderà poi a riprodurre nei propri rapporti, usando sempre la forza come strumento delle relazioni. In moti casi sono in difficoltà nelle relazioni tra pari, in quanto cercano sempre di riportarle alla logica dominatore/dominato. I bambini che subiscono punizioni fisiche o altre punizioni degradanti tendono a sviluppare una maggiore aggressività, a diventare più violenti a mentire, a sviluppare comportamenti antisociali e ricorrere alla violenza, ma spesso preferiscono fare come molti adulti, vittime a loro volta di violenze domestiche, che sono incapaci di sopportare il conflitto e lo eludono o preferiscono lasciarsi sopraffare.. Le punizioni fisiche aumentano la probabilità di lesioni fisiche del bambino poiché chi le infligge tende a diventare sempre più violento. Altre volte i bambini non sono in grado di controllare il comportamento per il quale vengono puniti e un genitore, che crede nell’utilità delle punizioni fisiche, ha una maggiore probabilità di diventare più violento quando il bambino non ubbidisce. In alcuni casi il bambino si abitua ad essere picchiato, quindi il genitore lo picchia con maggiore violenza per ottenere lo stesso effetto.

Diversamente è invece necessario che i genitori apprendano modi concreti per mantenere la necessaria direttività nelle relazioni educative, senza la necessità di ricorrere alla violenza. Bisogna imparare a costruire sistemi di regole opportuni in cui il bambino sappia muoversi con autonomia e fiducia. Troppo spesso però noi adulti confondiamo le regole con i divieti.  “ non fare questo; non fare quello; non si fa così; non vedi che non sai fare; perché fai sempre così….” frasi di questo tipo di certo non rappresentano regole, ma ordini e divieti. Le regole in educazione sono invece, come nella vita sociale, quell’insieme di misure, di opportunità, di relazioni che ci consentono di vivere assieme e che valgono per tutti. Alle volte pretendiamo che i bambini sappiano fare cose che noi non gli abbiamo mai spiegato, o pretendiamo da loro comportamenti che non realizziamo noi per primi.

Esigiamo da loro una obbedienza quasi cieca. La difficoltà dei bambini a capirci è spesso proprio legata al fatto che non ci siamo mai posti davvero il problema di dare loro ragionevolmente conto delle richieste che gli facciamo, che non ci siamo posti a sufficienza in ascolto anche dei loro punti di vista e delle loro esigenze.

La relazione educativa è un cammino che si fa insieme, non un semplice addestramento.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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