Il conflitto è un elemento tragico e ineliminabile dalle relazioni umane perché queste sono caratterizzate dall’incontro-scontro con la diversità. Noi, ciascuno di noi, essendo unici e irripetibili incontriamo l’altro, qualsiasi altro, anche quello che consideriamo più vicino, come diverso da noi e con la diversità di questo “altro” dobbiamo fare i conti.



La nostra cultura fatica a distinguere tra loro la lite, la zuffa, la lotta armata, lo scontro sociale o la guerra commerciale o militare; queste parole pare esprimano solo gradi diversi di intensità di un medesimo fenomeno che chiamiamo genericamente conflitto. Questo tipo di sovrapposizione semantica ha impedito che a diverse valutazioni del conflitto e del suo svolgimento, si potessero rettamente ispirare approcci alternativi all’uso della violenza la quale segna il grado di sviluppo del conflitto e pare essere considerata l’unica via alla gestione del processo conflittuale.

L’etimologia della parola conflitto è curiosa, perché in origine aveva più a che fare con l’incontro con il contratto che con lo scontro. Generalmente si fa derivare la parola conflitto dal latino conflictus e dal verbo confligere, composto di cum (con) e fligere. Sia in Lucrezio nel De rerum naturae sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. Solo più tardi confliggere acquisterà il significato di combattere, contendere, urtare ostilmente.

Non è il conflitto ad essere un male o un bene, in quanto esso è un processo che può avere esiti negativi o positivi a seconda del modo in cui vien gestito e condotto. Una certa propensione a rimuovere il conflitto, tipica delle nostre società, in cui il cosiddetto “quieto vivere” è un valore quasi assoluto, non consente di analizzare il conflitto stesso al di fuori di una soverchiante esigenza di giudizio e, dunque, da un lato ad enfatizzarlo tanto che assistiamo al costante ricorso all’istanza giudiziaria, quasi fosse solo un terzo sovraordinato capace di dare soluzioni alle ragioni che lo muovono, dall’altro ad una specie di rassegnata accettazione di situazioni anche ingiuste, ma che sembrano, punendo un solo colpevole, lenire il senso di colpa di chi ha aperto il conflitto.

L’analisi del conflitto implica la capacità di distacco dal giudizio moralistico sullo stesso e la possibilità di elaborare una migliore comprensione degli strumenti e delle scelte, utilizzati da parte dei soggetti protagonisti nella conduzione del conflitto stesso. 

Il conflitto sia nella teoria sistemica che in una concezione nonviolenta è quindi una condizione processuale che ha una sua origine, un suo sviluppo, o esito, al quale si può giungere attraverso diversi strumenti e l’assunzione di determinati valori; primo fra tutti il rispetto della vita e della dignità della persona costituita nella sua stessa alterità e che non viene perciò elaborato come nemico da abbattere, ma al massimo come oppositore, e la differenza non è irrilevante.

La nonviolenza oltre a rappresentare una valida alternativa alla violenza distruttiva, si costruisce come teoria del conflitto presente ai diversi livelli di convivenza e della sua gestione costruttiva. Essa, infatti, non elimina il conflitto anzi, in un certo senso lo palesa, non lo aggira, ma lo elabora per aprire una prospettiva ulteriore al di là del conflitto stesso, verso una pienezza di vita.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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