Nel mondo la violenza sembra farla da padrona.
Ci vorrebbe però uno sguardo diverso se vogliamo restare Umani; ma quello sguardo, quella prospettiva ci porta diritti in faccia alle vittime della violenza, ad incontrare il dolore, l’angoscia, la sofferenza.
Emozioni che vorremmo tenere lontano da noi.

Non è facile guardare il mondo dalla parte di quelle e quelli che la violenza la pagano, dalla parte di chi perde, di chi sta, senza un perché, senza una colpa, dalla parte sbagliata della storia. A me piacerebbe che non fosse più così che non ci fosse bisogno di violenza e sopruso nelle relazioni, ma a questo desiderio mancano le parole giuste per andare oltre.

Parole forti per disinnescare la violenza, la cultura che la alimenta.

Si perché la violenza è una cultura, ed infatti ci sono molti studi per descrivere la violenza, ci sono i numeri, ci sono parole sia per esaltarla che per condannarla, o  semplicemente per descriverla  perché si colloca come fenomeno sociale: parlo di vessazione, di sopraffazione, di bullismo di aggressione, mobbing, stalking…

Se parlo dei violenti ho le parole, ma se si parla di vittime?.

Che parlo di Vittimismo?
Si sente che stona perché ha un connotato negativo e tutti siamo contro il vittimismo…. e allora?

Ecco io penso che dobbiamo parlare della fragilità.

Purtroppo quando parliamo delle persone diciamo che uno è fragile perché non sta al passo, perché non ci arriva a resistere, perché perde, insomma chi è fragile ha la colpa di esserlo.

Eppure al contrario, nella vita quotidiana, nelle nostre case, nei traslochi, gli oggetti, i beni connotati come fragili sono quelli che vengono trattati con più cura.
Vorrei pensare ad una società che sa trattare con cura la fragilità, che accoglie e non umilia, che non  considera una colpa la fragilità, che non la stigmatizza come limite; perché la fragilità, il limite, l’errore è  ciò che ci accomuna, è ciò che ci rende umani e così,  fratelli.

Non è il potere che ci affratella, quello ci divide da che mondo è mondo.
Caino non uccide Abele perché lo pensava fragile, ma perché voleva il potere che lui credeva suo fratello avesse.

Tutti noi abbiamo parti eccelse e parti fragili e in fondo desideriamo che non ci venga fatto del male proprio colpendo le nostre fragilità.

Partendo da lì possiamo sentirci tutti un po bisognosi di supporto un po più capaci di collaborazione e di solidarietà.  Un po’ più capaci di vedere l’altro, il nostro fratello, come uno da imitare per miglioraci invece che come un nemico da abbattere.

In questo video di pochi minuti tratto da uno spettacolo teatrale dal titolo FragiliEtà provo a muovere oltre le emozioni, i pensieri e la coscienza. Qualche cosa che il teatro, meglio di altri linguaggi, permette.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani, Mindfultrainer. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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