Ciao sono il papà e scrivo dal Carcere…
Progetto di sostegno alla Genitorialità nel Carcere di Udine

di Francesco Milanese.

In ragione di quelle che si usano definire “fortunate coincidenze” sono stato incaricato dall’associazione ICARO di Udine di svolgere un percorso di sostegno alla genitorialità presso la Casa Circondariale di Udine. Inizialmente ho pensato che quelli dell’associazione ICARO fossero temerai e visionari a fare un progetto così, ma pure avventati ad affidarlo a me che del carcere non so nulla, se non che è ad un isolato da casa mia. Il progetto però mi pareva sfidante; era stato avviato in una buona parte già prima del mio arrivo, da oltre un anno. Grazie al finanziamento del Comune di Udine, ai volontari ed alla Ludoteca comunale, quelli di Icaro riuscivano una domenica ogni mese a realizzare un pomeriggio in cui i detenuti con i bambini e con le famiglie riuscivano ad incontrarsi in un clima diverso da quello “freddino” della sala colloqui, avendo la possibilità di stare assieme facendo insieme giochi e attività diverse.

Vi erano però altri padri che non potevano partecipare alle “domeniche in famiglia”, alcuni non avevano detto ai figli di essere reclusi, alcuni avevano pesanti conflitti con le famiglie fuori, altri si vergognavano, altri avevano famiglie troppo lontane. Ecco di tutti questi me ne sarei dovuto occupare cercando di aiutarli a riflettere su cosa e come vivere la loro genitorialità sa reclusi.

Ho accettato ponendo una condizione iniziale: non avere detenuti coinvolti in reati contro la famiglia, reati di maltrattamento o di violenza di genere, perché quel tipo di situazione prevede un trattamento specifico ed un setting diverso non sovrapponibile al lavoro che mi accingevo a fare.

L’area educativa della Casa Circondariale ha provveduto alla selezione del gruppo in base alla condizione posta, ed io ho iniziato il primo martedì di ottobre del 2024. 

Il gruppo da allora si riunisce il martedì per due ore indipendentemente dal calendario scolastico. Abbiamo passato insieme anche la vigilia di Natale, l’ultimo giorno dell’anno e tutta l’estate: ogni martedì. Qualcuno è già uscito, qualcuno è arrivato dopo. In tutto in questo anno di attività abbiamo coinvolto una ventina di persone detenute.

Incontro stampa di presentazione del progetto

…in ascolto

Mi sono avvicinato a questa esperienza con grandissima umiltà, disposizione d’ascolto e curiosità.

Sono convinto che la detenzione sia innanzitutto un’esperienza di dolore e di fronte al dolore mi metto sempre in una posizione di rispetto. Non prescindo dal reato quando parlo di dolore, anzi. Mi pongo solo il problema del vissuto soggettivo, che spesso si pone su un piano diverso da quello della conseguenza ad una violazione di norma. Per questi motivi mi sono approcciato all’esperienza con una disposizione d’ascolto. Ascoltare non significa semplicemente lasciare che ciò che c’è da dire si dica, perché nel mio ruolo professionale ascoltare significa da un lato sospendere il giudizio e dall’altro cercare di mettere in atto un incontro profondo con la persona e raccogliere le sue necessità evolutive più autentiche. Cercarle, in una condizione così complessa, alle volte implica la curiosità e la pazienza dell’esploratore.

Non mi sono presentato con cose da dire, come uno in possesso di insegnamenti per loro. Non volevo che le persone partecipanti al gruppo pensassero di essere a scuola; al contrario volevo che loro mi raccontassero come vivevano la paternità nella situazione data.

Questo ha fatto sì che dentro agli incontri loro si sentissero al sicuro e non giudicati, non messi in discussione, ascoltati. Il dato di realtà con queste persone è chiaro e complesso nello stesso tempo. Chiaro perché loro hanno fatto di tutto nella vita per sbagliare, complesso perché nonostante ciò quello che vivono non è necessariamente sentito come giusta pena per gli errori commessi. Per questo ero sempre attento nell’ascolto a non far trasparire un giudizio che li avrebbe bloccati, ma neppure una giustificazione che li facesse sentire vittime. Stando così nella disposizione d’ascolto cercavo di capire dove potevo trovare degli appigli per far emergere da loro i temi cruciali.

Mi sono ispirato ad un approccio maieutico, stimolavo la loro narrazione per mettere i loro pezzetti nelle caselle opportune di una griglia che sicuramente, almeno in bozza, avevo chiara in testa e che nel lavoro con loro si raffinava sempre più. Ciò ha permesso a loro di appropriarsi di alcuni contenuti che prima non avevano, ma sapendo di averli trovati grazie al gruppo non grazie a me.

….che padri abbiamo avuto

Superata la primissima fase della conoscenza reciproca, ho avviato una raccolta delle loro storie familiari e la conoscenza delle strutture familiari da cui loro provengono. Il gruppo è infatti composto da persone che arrivano da tutti i continenti, diverse religioni, diverse etnie, diverse culture familiari in cui anche il ruolo della paternità è vissuto in modo differente. 

A ciascuno di loro abbiamo dato un quaderno in cui poter scrivere il racconto della propria famiglia, del tipo di padre che ognuno aveva avuto. Ciascuno era invitato a leggere o raccontare la propria storia personale, così è stato possibile confrontarsi con le storie dei padri che avevano avuto per capire che padri potevano poi loro stessi essere.

Lentamente, attraverso le loro storie familiari, alcune molto delicate, altre struggenti, altre dure o drammatiche, lette insieme e confrontate, emergevano molti temi legati alla paternità ed alla famiglia. 

Facendoli ragionare sui loro padri emergeva in loro la consapevolezza che spesso si agisce, prima da figli e poi da genitori, con un modello cui si vuole aderire o contro un modello che si vuole combattere, da cui ci si vuole differenziare. Se questo nella quotidianità della relazione genitoriale e familiare è abbastanza normale, quando togliamo quotidianità alla relazione, soprattutto quanto siamo genitori reclusi, lontani, ci porta a non saper più come fare, ci toglie il terreno da sotto i piedi. Molti di loro confessavano la loro difficoltà e il loro non sapere come fare.

Un episodio in particolare ha permesso di porre al centro in modo vivace la questione dei modelli.

Ad uno dei partecipanti al gruppo è stato notificato un atto giudiziario: la madre della figlia chiedeva il decadimento dalla responsabilità genitoriale del padre. Così ci siamo chiesti che cosa fosse un “Bravo Genitore” e se ci sia o meno un modello di genitorialità cui aderire. 

Il mito del Bravo Genitore

In modo molto provocatorio ho detto loro: “beh se volete dirmi che si è genitori solo quando si è bravi genitori, allora voi siete falliti dal giorno del vostro arresto”.

Quello del Bravo Genitore è un modello che, come tutti i modelli idealizza una relazione ma la rende così astratta e perfetta da non permetterci mai di raggiungerla. È come l’orizzonte verso il quale si può camminare in eterno senza mai giungere alla meta.

Se il problema della paternità fosse che il genitore deve essere un modello, chi è in carcere per definizione non può essere considerato modello per un figlio, perché ciò che ha realizzato nella vita è solo una catena di errori.

Da qui abbiamo provato ad interrogarci in profondità.

Per molti di essi la vergogna nel dover dichiarare ai figli di essere reclusi nasceva proprio dal fatto di non sentirsi più un modello per i figli e quindi di non saper come proporsi nella relazione.

Mi corre l’obbligo, a questo punto, di aprire una parentesi, proprio a proposito dei diversi modelli di paternità e famiglia. Nella cultura delle famiglie mafiose il padre in carcere rappresenta un modello divinizzato ed un orgoglio per i figli. Del tema me ne sono occupato svariati anni fa mentre ero Pubblico Tutore dei minori della Regione FVG e poi come Giudice onorario nella sezione minori della Corte d’Appello. 

Allora si iniziava a discutere e si discute ancora, sulla necessità di dover individuare delle forme per spezzare questo vincolo di idealizzazione, attraverso l’affidamento dei figli o altre forme di protezione capaci di offrire ai figli dei mafiosi alternative al modello genitoriale e familiare per potersi emancipare da quella cultura, dove il modello è univoco e cogente.

Questo aspetto, l’esigenza di offrire alternative ad un modello genitoriale mafioso, non riguarda ogni comportamento delinquenziale ed è ingiusto usare quello specifico dibattito, relativo alla cultura familiare delle diverse mafie, per estenderlo a qualsiasi comportamento delinquenziale. Purtroppo nei pregiudizi sociali di chi sta fuori alle volte sembra invece comparire questa tentazione, come vedremo tra un po’.

Tra i partecipanti del nostro gruppo il tema dell’essere o meno un modello, e modello di cosa, si poneva in modo del tutto diverso e si trattava piuttosto di aiutare i detenuti a sentire di poter ancora avere qualche cosa da dire ai propri figli.

Legami o Relazioni

Le cose quindi sono state chiare abbastanza presto: essere un genitore non vuol dire essere un modello di vita e virtù, piano sul quale chiunque, sia dentro che fuori, potrebbe fallire facilmente.

Come modelli di vita di successo spesso loro si sentivano totalmente persi ed il sentimento prevalente era la vergogna o la rinuncia ad essere padri. Essere in carcere vuol dire aver avuto condotte di vita fallimentari, aver fatto cose molto sbagliate, eppure questo non significa per forza por fine ad un legame che per i figli è comunque essenziale. Abbiamo provato a riflettere molto su queste parole “legame” e “relazione”, su cosa volesse dire nel concreto delle loro storie con i loro figli e figlie la differenza tra i due.

Ne è emersa la consapevolezza che il “legame” tra genitori e figli è qualcosa di profondo, di ancestrale che permane nonostante tutte le evoluzioni delle forme in cui invece si realizza la “relazione” tra genitori e figli. Tutti noi facciamo l’esperienza di ciò, basta pensare al modo in cui chiamiamo i nostri genitori con la locuzione “i miei“, che è un plurale usato come fosse un singolare, indipendentemente da quanto le tappe della vita, conflitti, divorzi o matrimoni, abbiano tenuto insieme o allontanato i nostri genitori e noi da loro. Il legame permane nelle diverse forme in cui la relazione lo esprime. Comprendere questo ha permesso  loro di guardare se stessi con lo sguardo ed il bisogno dei figli e capire che avevano ancora qualche opportunità di costruire una relazione con loro.

Riscattarsi

Venendo meno la pretesa di mostrarsi come modelli che non erano, emergeva il desiderio di potersi esprimere con l’autenticità di essere una persona che vive, che mostra la fatica di vivere, anche i propri errori ed il modo in cui dagli errori ci si può riscattare. Vedersi dunque con un sano esame di realtà sul piano del crimine, ma con la prospettiva di volersi presentare ai propri figli, ha fatto emergere progressivamente il tema profondo e personalissimo di cosa voglia dire cambiare la prospettiva di vita, per dar senso a quella revisione di vita che sul piano teorico sarebbe il senso della pena detentiva. Il nostro non è l’unico percorso di rielaborazione che stanno facendo nel periodo detentivo: ci sono i gruppi del SERD che lavorano sulle dipendenze e ci sono gli psicologi dei servizi che operano ex art. 80, per quanto molto sotto stress.

Il fatto è che la leva motivazionale del cambiamento spesso si muove solo su un piano comportamentale, mentre, a detta loro, questa riflessione sull’essere genitori, sulla voglia di potersi presentare ai figli in un modo diverso, non compromesso da droga, alcool e correlati vari, ma con la propria fatica e speranza, ha agito su una dimensione profonda del proprio essere. Grazie al gruppo ed al sostegno reciproco per molti è divenuto chiaro che per quanto grave sia il fatto di essere reclusi ciò che da loro i figli e le famiglie si aspettano è di non vederli schiavi delle scelte di vita sbagliate, ma capaci di far vedere che dalla galera e dalle proprie scelte sbagliate si può uscire e dimostrare di saper vivere in un modo diverso, con tutta la fatica che questo comporta.

La verità

Ben presto nel nostro cammino ci siamo trovati a fare i conti con l’altro grande ostacolo alla relazione di questi padri con i loro figli: il tema della verità; che nell’ambiente carcerario è particolarmente cruciale e non facile, perché qui paradossalmente la verità si può nascondere molto bene! Ma con i figli questo non funziona perché, anche se non colgono tutto, loro capiscono che la verità gli è nascosta e questo li danneggia.

Usando qualche contributo di film e qualche stimolo di confronto, nel gruppo abbiamo portato la voce dei bambini e di loro stessi da figli, provando a mettersi in ascolto dei figli e delle loro domande sul papà e la vita in carcere.

Ci sono stati dei cambiamenti molto importanti in alcuni di loro, perché hanno provato a dire la verità: hanno scoperto che il loro figli erano in grado di accoglierla meglio che altre nuove bugie; anzi si sentivano meglio sapendo che il papà era in carcere piuttosto che dover credere la classica storia del papà lontano per lavoro.

Pensare un papà lontano ‘per lavoro’, che non chiama mai, per un figlio significa spesso sentire che papà non si occupa di loro; che forse non fa mancare denaro, ma che non ha tempo da dedicargli. Invece scoprire che non può star con loro perché in carcere cambia la loro attenzione per quelle volte in cui possono mettersi in comunicazione, perché sentono reciprocamente il bisogno di raccontarsi, con verità e con la stessa sofferenza per la distanza che li separa. Si sono resi conto loro stessi che i loro figli erano più attenti nelle telefonate, perché capivano che quando c’era la telefonata per il papà era una conquista e loro erano attesi e desiderati dal papà.

Qualche cosa di significativo è cambiato, perché in loro si è aperta la possibilità di dire la verità senza paura di ciò che i figli potrebbero soffrire, perché hanno capito che la menzogna fa soffrire di più i bambini, perché i bambini possono sentire su di sé la colpa di non “meritarsi” la verità sul padre.

I conflitti

A facilitare questi cambiamenti hanno giovato moltissimo le madri, mogli o compagne, che dall’esterno lavoravano in sintonia con i figli e con il padre. Purtroppo in molte situazioni questo non avviene, tutt’altro.

Io sono mediatore familiare, mi occupo continuamente di conflitti familiari, non sono per nulla stupito di quello che ho visto e conosciuto nelle situazioni di alcuni del gruppo.

Quando una mamma si mette di traverso alla relazione tra padre e figli ha molto potere e può rendere davvero difficile la vita al padre. Semplicisticamente si potrebbe dire che lui se la sia meritata; spesso non è proprio così e bisogna riuscire a distinguere molto bene su quale base il conflitto familiare si innesta.

Per principio ho richiesto che i partecipanti al gruppo non fossero condannati per reati contro la famiglia, maltrattamenti, stalking o violenza di genere, perché in questo caso la natura del reato muta l’intera struttura della relazione affettiva e non è possibile fare lo stesso percorso. Quando parlo di conflitto familiare intendo qualche cosa che nasce indipendentemente dal reato che ha portato i padri in carcere, che va visto quindi come un conflitto separativo, con tutta la complessità della situazione.

Nelle situazioni ordinarie di conflitto separativo, troppo spesso si sviluppa una contesa nella quale i figli rappresentano il trofeo della vittoria. Tante volte accade che i figli siano manipolati da uno come dall’altro dei genitori con l’obiettivo di eliminare l’altro. Per chi ha un partner in carcere il gioco è ancora più facile.

In questo contesto utilizzando una visione sistemica e cercando di costruire piccoli ponti tra le famiglie fuori, i servizi sociali, gli educatori coinvolti, almeno in alcuni casi si sono aperti spiragli di dialogo e di fiducia migliori, per quanto non ancora risolutivi.

Tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ oltre il pregiudizio

Sottrarre la genitorialità a chi è recluso per reati non connessi all’esercizio della genitorialità rappresenta non solo un inutile e dannoso aggravio emotivo alla pena, ma soprattutto per molti rappresenta un disincentivo nella propria potenziale rieducazione. Uso qui il termine “rieducare” perché usato nella costituzione all’art.27 quando si dà alla pena una finalità precisa. Pur non ritenendo sia la migliore espressione, essa indica bene, al di là di raffinate questioni semantiche, la direzione di un cambiamento profondo della persona che purtroppo il sistema penitenziario non permette per come è oggi strutturalmente organizzato. Questo progetto, se da un lato probabilmente permetterebbe di intravvedere uno spiraglio ed una possibilità più profonda, intensa e personale per favorire questo cambiamento, dall’altro mi ha anche fatto capire quanto in me per primo ed in generale nella società fuori, ci sia un pericoloso stereotipo e pregiudizio sul carcere stesso. Spesso siamo convinti che uno finito dietro le sbarre sia anche finito e basta; invece non è così, non buttiamo la chiave. Prima o poi da lì escono, e permettere loro di uscire un po’ migliorati sarebbe un successo costituzionale ed una tutela maggiore per tutta la società.

L’obiettivo nella seconda fase del progetto sarà quello di mediare, di allargare maggiormente i canali di comunicazione tra chi è ‘dentro’ ed il sistema di chi sta ‘fuori’, dall’avvocatura alla stessa magistratura ai servizi educativi e sociali, per favorire una diversa comprensione del valore che ha per loro poter esercitare una dimensione positiva e costruttiva della loro vita come l’essere genitori.

Esprimersi

Tutto questo lavoro interiore che hanno fatto doveva però trovare una espressione anche all’esterno. Per questo abbiamo iniziato un percorso di scrittura collettiva per arrivare a comporre la lettera che ora presento e che l’amministrazione penitenziaria ha autorizzato a rendere pubblica.

Conosco il metodo della scrittura collettiva per come lo ha messo in atto don Lorenzo Milani che realizzò negli anni 60 con la scuola di Barbiana la famosa “Lettera ad una professoressa”: si tratta di una forma di scrittura valida per chi non ha una formazione letteraria in quanto il gruppo aiuta sia a produrre che a comporre. Ognuno aveva il suo quaderno e ognuno scriveva frasi singole o intere lettere che poi sono state utilizzate nel gruppo per fare delle scelte sia stilistiche che tematiche comuni.

La redazione finale del testo ha mantenuto la forma di un collage dei testi individuali in modo che ciascuno di loro fosse comunque in grado di riconoscere la propria scrittura ed i concetti che voleva esprimere. Il risultato finale, più volte confrontato e rivisto da tutto il gruppo, mantiene espressioni originali, forme lessicali e sintattiche diverse, ma rispetta l’unicità dell’intento che ciascuno dei partecipanti ha espresso. La cornice letteraria della lettera è quella del compleanno di una ipotetica figlia. Si capisce che ci sono anche dei fratelli, ma questa lettera hanno voluto fosse qualcosa di singolare per andare a parlare a ciascuno che la leggesse.

Per me infine…

Questa esperienza non è finita, è solo all’inizio ed è già “tanta roba”. Non me la sento di dire cose banali sull’arricchimento umano e professionale che essa rappresenta, chiunque leggerà questa lettera avrà occasione di farci sopra le sue considerazioni e forse dire, come qualcuno mi ha riportato: “Magari mio padre mi avesse scritto qualcosa di simile”. Certo che affronto questa esperienza come professionista, ed ho bisogno di tutte le accortezze che scienza, metodo e autoanalisi mi permettono, ma non posso negare che sul piano umano poche altre esperienze mi hanno così profondamente interpellato. 

Spesso mi sono sentito scomodamente collocato in un crocicchio dove si intersecavano tante vie maestre del mio modo di stare al mondo: quella del professionista con quella del cittadino consapevole, quella del padre con quella del figlio, quella della giustizia e quella della sanzione, quella delle libertà e quella delle dipendenze. Questo progetto è diventato più che altro una esperienza in cui emozioni fortissime e fortissime tensioni morali si mescolano alla ricerca di preparazione e professionalità: un crogiolo da cui potrebbero uscire mescolandosi tanti elementi, delle cose nuove e inedite. 

E con questa curiosità mi preparo a continuare il viaggio.

  §§§

Pubblico il testo della lettera frutto del lavoro di scrittura collettiva del gruppo.
Puoi anche scaricarla qui.

Ciao sono il papà e scrivo dal Carcere.
Ci sono tante cose che vorrei farti sapere e che vorrei sapere di te e dei tuoi fratelli e sorelle.

Mi mancate da morire, come l’acqua, come l’aria. Siete il primo pensiero al mattino e l’ultimo alla sera.

Voglio che tu sappia che mi dispiace da morire il fatto di non poter esserci al tuo compleanno, vorrei poterti stringere, abbracciare, baciare te e i tuoi fratelli, mi piange il cuore sapere di non poterci essere. Ho provato a farti arrivare un bel regalo e spero ti possa arrivare in tempo.

Potessi tornare indietro tutti i guai che ho combinato non li rifarei. Non è per me facile dire questa parola; la dico perché purtroppo adesso so che allora ero un’altra persona e mi piacerebbe poterti dimostrare che è vero che sto facendo di tutto per cambiare.

Mi sento in colpa verso di te, porto tantissima rabbia e rancore perché anche io sono cresciuto senza un padre e adesso faccio lo stesso verso di te e verso i tuoi fratelli. Diventare padre è facile, ma essere padre è più difficile e io non ho avuto grandi esempi. Il mio c’era certo; mi dava le cose materiali, ma alla fine pur con tante cose non mi ha dato nulla. Io vorrei essere un padre presente; certo voglio anche fare in modo che non ti manchi niente, ma voglio essere presente nella tua vita.

Mi tengo stretto qui dei ricordi di felicità che mi aiutano a superare le cose brutte che vivo ogni giorno;  tra questi ricordi che porto ti racconto di quando ero bambino e andavo al paese con la mamma e  i suoi parenti e potevo io bambino giocare libero per strada e per i campi: è una emozione di libertà che oggi mi manca, ma che penso possa farti piacere che io condivida con te. C’è un altro ricordo che mi tiene tanto vivo qui ed è il tuo piccolo dolce volto, quando ti ho potuta stringere tra le braccia. Ed ora per me ogni giorno è l’attesa di quando vieni ai colloqui e poi il ricordo di te e dei tuoi disegni tra una visita e l’altra. Ho tanto bisogno di sapere cosa fai, come va a scuola, come cresci, come ti innamori, vedere il tuo visino e quello dei tuoi fratelli, mentre crescete; voglio esserci quando vi succede qualche cosa sia di bello che di brutto e diventare anche un po’ amico dei miei figli.

Penso sempre al tempo che sto perdendo qui in carcere: il tempo della vostra vita. Sai il tempo qui in carcere è sempre uguale, è come fermo, è un purgatorio. Intanto immagino che fuori per te e i tuoi fratelli il tempo corra. Quando esco proveremo a recuperarlo, magari riuscirò ad essere più presente, ma sai ci sono tante difficoltà.

C’è anche il fatto che per i tuoi fratellini più piccoli io sono solo una figura dentro al telefonino per quelle poche volte che riusciamo a sentirci e vederci e a me pare una tortura non poterli davvero abbracciare. Mi rendo conto che potrei perdervi perché magari ci sono persone nuove accanto a voi e alla mamma e io ho paura di non contare più.

Ecco vedi la mia mente si logora nei sensi di colpa e nel desiderio di poter essere migliore di come sono stato. 

Si non sono stato un modello di virtù, ma potrei forse essere da oggi un esempio di come ci si può riscattare dai propri errori e dalle peggiori situazioni; qui in carcere si sta male perché non si può fare molto e perché mi mancate, ma anche perché si è troppo tempo in compagnia dei propri errori.

Forse non mi merito che tu mi creda, perché ho fatto tante volte delle promesse che non ho mantenuto; nella mia vita ci sono state cose brutte: brutte compagnie, la droga e i reati che ho commesso, ma adesso mi rendo conto che per te e per i tuoi fratelli potrei desiderare di cambiare. Qui in carcere si imparano tante cose, cose sulla vita, che potranno servire a te e a me per crescere. Ad esempio ho imparato il peso che hanno le parole che si dicono e le cose che si fanno. Ho imparato che hanno delle conseguenze e che per questo è meglio sempre riflettere. Riflettere prima di fare, prima di dire, prima di farsi trascinare dal momento o dalle compagnie, prima di perdere il proprio equilibrio con le sostanze, o con l’alcool. Ho capito, perché lo ho provato sulla mia pelle che, per quanto possa sembrare bello sballare, per quanto ti possa sembrare figo, poi le conseguenze sono dolorose e, soprattutto, ritrovare il proprio equilibrio, la propria stabilità, è tanto lungo e faticoso.

Io non posso dimenticare da dove vengo, ma devo in qualche modo fare pace con me stesso per poter cambiare, perchè non mi aiuta vivere sempre nel senso di colpa.

Ho imparato a cercare il cambiamento per me stesso. Vedi una delle cose che ho capito è che cambiare la direzione della vita dipende dalla responsabilità delle scelte mie e non dagli altri o da altre condizioni. 

Sto imparando invece a non piangermi addosso ma ad assumermi delle responsabilità, quelle che posso cambiare io di me. Ad esempio ad imparare a dialogare, cercando di ascoltare, a tollerare gli altri anche quando sono fastidiosi, a capire i sentimenti degli altri. Sai qui in carcere si è a contatto continuo con persone estranee e si deve imparare a convivere. 

Se penso a quanto potrei essere felice di potertele dimostrare queste cose che stanno cambiando di me!

So che le mia scelte hanno tolto a te ed ai tuoi fratelli un padre, ma adesso grazie al lavoro che sto facendo in carcere, anche confrontandomi con altri papà e con le loro storie, capisco meglio e di più come potrei essere un padre presente.

Certo sto provando anche a cambiare alcune cose pratiche, ad esempio il modo in cui facciamo le telefonate, e spero che i tuoi fratelli se ne siano accorti. Io non posso chiamarti sempre, ci sono regole qui, sai che spesso ci devono essere gli educatori ad assistere, e che le cose semplici della vita come chiederti come stai, qui sono molto complicate. Per questo mi piacerebbe vederti più spesso poterti abbracciare te con i tuoi fratelli.

Si lo so che la scusa per non portarvi da me è che il carcere è brutto: è vero. Ma nessun posto è bello o brutto se non per come lo si vive, per come stanno le persone che lo abitano e io vorrei poterti far vedere che sono ancora presente per te, che posso meritarmi la tua fiducia, che sono ancora il padre per te e per i tuoi fratelli, nonostante tutte le difficoltà.

Io non voglio abbandonare questo filo sottile di rapporto che ho ancora ci tiene uniti.

Sei il mio sole, il mio pensiero e nella mancanza di te e della mia vita voglio che tu sappia che mai smetto di amarti e di pensarti e spero un giorno di poterti spiegare tante cose e ascoltare anche le tue, le tue rabbie, le tue paure verso di me e la mia vita, ma in uno spirito nuovo di ascolto e di rispetto.

Ti amo tanto  tuo  papà.

Udine giugno 2025

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani, Mindfultrainer. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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