Nell’art. 31 della Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata a New York il 20 novembre 1989 si recita che il bambino, come il giovane, ha diritto al riposo ed al tempo libero, di dedicarsi al gioco ed ad attività ricreative proprie della sua età e di partecipare alla vita culturale ed artistica.

Già l’affermazione del diritto al tempo libero è per certi rivoluzionaria, vista la costante preoccupazione che noi genitori nutriamo per il tempo dei nostri figli che ci porta a riempirgli la vita di mille attività, di cadenze quasi frenetiche, di cose da fare, corsi, palestre, studio…

Paradossalmente questa nostra preoccupazione adulta, oltre che impedire al bambino di vivere un suo tempo libero, che è anche fonte di creatività, autonomia e socializzazione primaria, costringe noi stessi ad una frenetica attività di accompagnamento che riduce la funzione del genitore a quella di tassista dei propri figli.

Ciò che però la lettura testuale dell’articolo 31 deve indurci a modificare radicalmente è la concezione del gioco che noi troppo spesso manteniamo. Il bambino non ha, come spesso si dice, un generico diritto al gioco ma il diritto di  di dedicarsi al gioco ed il verbo dedicarsi non è assolutamente casuale.

È un verbo che indica la possibilità di stare nella dimensione del gioco, in modo libero e gratuito, ma anche totale; quel verbo, infatti, è lo stesso che viene usato per indicare quel modo di essere a servizio dell’altro che caratterizza il volontariato, ovvero la dedizione che riguarda la relazione amorosa e coniugale, ovvero la dimensione vocazionale di chi vive una missione e ci si dedica.
È, dunque, un approccio totalmente diverso da quello che presiede un certo eccesso di illusione che spesso spinge i genitori e gli educatori a proporre al bambino il cosiddetto gioco educativo, quello che si ritiene favorisca lo sviluppo dell’intelligenza; diverso anche però dal gioco performante, che tanto piace ai ragazzi e non solo e che trova enormi sviluppi in tutti i videogiochi anche i più interattivi, ove nei fatti il fine del gioco è il risultato, la performance, la competizione.

Dedicarsi al gioco è un’espressione che richiede l’assoluta gratuità della dimensione ludica la quale non va finalizzata ad una qualsivoglia prestazione, sia essa di tipo educativo o competitivo; grazie alla scelta del verbo si intuisce appieno che il valore che si intende tutelare corrisponde alla dimensione esistenziale insita nella sfera ludica della persona umana e che presiede la stessa origine della vita culturale ed artistica.

Nulla infatti nella cultura e nell’arte sarebbe nato se non per la esaltazione della piacevolezza ludica e della gratuità del fare che presiede al dato originario dell’arte stessa. Ridurre il gioco al gioco educativo o al videogioco, a dimensioni comunque legate alla capacità di prestazione, è ciò che di più lontano c’è dalla espressione libera e semplice della esperienza ludica del bambino, come di ciascuna persona.
Educare al gioco dunque è innanzitutto educare la libertà del bambino di esprimersi e di scoprire giocando il valore delle relazioni, delle regole, della sensazioni, delle emozioni….

E’ l’educazione di ciò che più profondamente possiamo definire umano.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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