Tutti i social network rappresentano, per i nostri figli, un modo di conoscere il mondo, stare in contatto con ciò che loro interessa, contattare amici, scambiare foto, opinioni, emozioni.

Per alcuni sono un modo di rappresentarsi, di raccontare una storia di sé, vera o finta poco importa. Per farlo hanno bisogno di un profilo che, per quanto virtuale o digitale,esprime per loro una rappresentazione di sé vera e desiderata.

Quel profilo non è però il loro diario privato, ma ciò che di più pubblico essi possano aver di sé; è il balcone sulla piazza del paese, il luogo in cui misurare il proprio successo relazionale, la propria capacità di attrarre consenso, di piacere.

Possiamo anche giudicare questo desiderio, dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, ma non è un buon servizio che facciamo al dialogo con loro, né alla verità della nostra adolescenza.

Ciascuno di noi ha infatti attraversato un tempo nella sua vita da adolescente in cui questo bisogno di piacere, di aver consenso, di misurare la propria capacità di stare in relazione con gli altri, ha plasmato il carattere, determinato i gruppi che abbiamo frequentato rinsaldato o rotto amicizie.

Certo, qualcuno dirà che quelle erano relazioni vere con persone vere, non come queste che si muovono solo con profili digitali.

Il fatto è che il bisogno era lo stesso e gli strumenti erano quelli che quella generazione aveva a disposizione, diversi dalla precedente, che magari le criticava come ora noi critichiamo la attuale.

Insomma ogni persona crescendo deve rispondere a certe necessità, noi psicologi li chiamiamo “compiti evolutivi”, e lo può fare usando i mezzi che l’epoca gli mette a disposizione.

Se c’è una cosa che oggi differenzia, quindi, il mondo dei social dalla piazza del paese, è l’effetto di ridondanza che ogni cosa provoca sulla rete e l’impatto che produce nella vita reale, di conseguenza è ingigantito.
La rete infatti amplifica in modo enorme e velocissimo ogni cosa, sia ciò che positivamente si manifesta, sia ciò che di negativo ci colpisce.
Anche nel sistema di relazioni tradizionale, ciascuno di noi ha sentito il peso delle chiacchiere, della curiosità dei nostri piccoli quartieri, quando non era la maldicenza o la messa in circolo di false notizie.
Il fatto è che da quel tipo di pressione sociale, quasi tutti hanno saputo riscattarsi o con la propria evoluzione, crescita, anche se per alcuni il prezzo è stato anche maggiore, hanno invece dovuto andarsene per ricominciare altrove dove non fossero conosciuti.

La rete invece non da scampo, la rete ha memoria, nel senso che in essa si trova per sempre traccia di ciò che si è fatto, dei commenti che si sono subiti , delle immagini che sono circolate, delle opinioni espresse e inoltre non c’è un altro luogo ove ricominciare, ecco perché il danno dell’immagine che nella rete si crea ha un impatto molto più profondo e totalizzante.

Ecco che nascono qui tutti i problemi legati alla cosiddetta Reputazione digitale che ha un fortissimo impatto sulla vita reale, sulla stima che i nostri ragazzi hanno per se stessi, sulla valutazione della propria capacità di stare al mondo. Si perché quello è il mondo!

Il mondo digitale è molto più feroce e spietato, perché gestito da macchine che funzionano con un algoritmo, con una formula matematica, ma quel mondo incontra i nostri figli nel memento in cui le loro strutture di personalità sono ancora inevitabilmente fragili, le loro competenze sono in formazione, le loro emozioni sono forti e invasive, le loro esigenze pressanti. L’anticipazione cui purtroppo esponiamo costantemente i nostri figli con la scusa che i ragazzi oggi sono più svegli, non permette loro di affrontare le sfide nell’età giusta in cui possono affrontarle. La combinazione di una maggiore fragilità nelle strutture di personalità e di amplificazione esponenziale della pressione della pubblica opinione, rende le generazioni dei nativi digitali maggiormente esposte a conseguenze pensanti sul piano della autostima dell’auto-efficacia, con scivolamenti pericolosi in diversi possibili disturbi.

Come dunque possiamo aiutare i nostri figli?

Non basta dire parole generiche del tipo: “su dai che cosa vuoi che sia”? Per loro è in gioco tutto e questa banalizzazione non fa altro che aumentare il solco tra noi e loro.

Si tratta invece di preparare con cura il loro ingresso nel mondo digitale, seguirli a lungo nella costruzione del loro profilo, della loro identità e reputazione digitale aiutandoli a scegliere e valutare le conseguenze di ciò che in rete fanno.

So che è un lavoro lungo e faticoso, che può esporre a conflitti con i figli, ma non dobbiamo temere. I figli, anche se protestano adesso, ce lo riconosceranno in futuro.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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