Spesso nell’ambito della mia attività professionale mi sono imbattuto in genitori in difficoltà a leggere il proprio ruolo nel loro rapporto con i figli soprattutto quando questi diventano adolescenti e mettono in discussione il modello familiare che i genitori hanno costruito.

L’origine della difficoltà riguarda spesso l’eccesso di richieste dei figli verso i propri genitori, ovvero, al converso, il rispetto che i genitori chiedono verso le regole, il rispetto in sé della persona stessa del genitore, che sempre più di frequente viene a mancare e di cui i genitori non sanno capacitarsi. Un genitore mi disse una volta che non riconosceva più il bambino che lui aveva cresciuto: “Una mattina si è svegliato adolescente e da allora ho un estraneo in casa.”

Che l’adolescenza sia un periodo difficile è noto; è scritto in tutti i libri, ribadito sempre dagli esperti in ogni occasione. Forse bisognerebbe che noi genitori ci sforzassimo un po’ di ricordare la nostra adolescenza quando, anche se non siamo stati proprio dei ribelli conclamati, abbiamo sentito di essere, e voler essere, diversi dai nostri genitori; quando, per un attimo almeno, abbiamo concepito il pensiero di essere stati adottati, oppure abbiamo pensato la famosa frase: “ se mai avrò dei figli, io non faro mai così”.

Con la scusa di non fare come ci è stato insegnato però, siamo rimasti un po’ al palo, manchevoli di modelli e punti di riferimento e sempre più dipendenti dalle mode pedagogiche. Oggi ci troviamo in mezzo ad una serie di conflitti con i nostri figli da cui difficilmente riusciamo a districarci, anche perché ci pare impossibile che non riescano a capire le nostre ragioni, così ragionevoli, così logiche… 

Essere disponibili a stare con i figli è corretto, ed è corretto cercare di avere un dialogo ampio e sincero con i figli, ma bisogna altrettanto stare attenti a non scivolare in una improbabile amicalità con i propri figli.  I genitori possono avere occasioni di un dialogo intimo con i figli, ma non di averli come amici, così come è bene che i figli abbiano i propri amici e i loro segreti rispetto ai genitori,

Ma come?

Non era il dialogo che ci avrebbe salvato?

Quella possibilità di confronto con un adulto che tanto ci è mancata quando eravamo giovani adolescenti noi? Perché non funziona ora con i nostri figli?

Forse perché non si deve confondere il dialogo con la relazione.

La relazione tra genitori e figli è cosa più ampia e significativa del semplice dialogare con i figli, anche perché spesso siamo inutilmente verbosi; spesso si pensa di avere dialogo con i figli solo perché perdiamo tempo a spiegare loro mille cose con l’intento di accertarci che loro abbiano capito quello che diciamo a loro, ma più raramente siamo capaci di dire una parola chiara su ciò che pensiamo e su ciò che viviamo, esponendoci  e dichiarando i valori che ci animano davvero.

Forse temiamo i loro rifiuti, temiamo il conflitto con i nostri figli ed abbiamo sempre paura che, se ci contestano, non ci vogliano più bene.

Temiamo forse, di non essere considerati dei “Bravi genitori”. Troppo spesso dietro a quel “Bravi genitori” si nasconde la preoccupazione di essere inadeguati a modelli sociali di riferimento. Troppe volte siamo portati a proiettare su di loro le nostre attese di essere riconosciuti come bravi genitori.

Insomma è più un problema nostro. 

Ma che cosa vuol dire essere bravi genitori? Vuol dire certamente saper rispondere in modo adeguato ai bisogni educativi dei figli. Credo cioè che i nostri figli abbiano bisogno di “Genitori e basta”, senza aggettivi; uomini e donne adulti, capaci di vivere la propria vita, di fare scelte, di confrontarsi ma distinguersi, come adulti, nel compito di guida, capaci cioè di tenere in mano le redini della propria vita, superare i conflitti e guardare oltre alle difficoltà. I nostri figli forse potrebbero così riconoscerci come interessanti modelli con cui confrontarsi.

Il dialogo è importante, anzi fondamentale, ma il dialogo per potersi realizzare tra genitori e figli, ha bisogno di chiarezza dei ruoli, e dei valori in gioco. Se siamo impegnati a soddisfare la vita dei figli, se siamo asserviti ai loro tempi, desideri e mutamenti umorali, difficilmente potremo essere per loro una guida sicura.

Un giorno un’anziano signore, intervenendo in un dibattito a seguito di una mia conferenza, usò questa espressione: “ quando un padre non dice una parola ai figli, li lascia sospesi nel mondo”.

Dire una parola significa dare un nome alla realtà che i bambini vivono e sperimentano e possono conoscere solo tramite noi. Dire una parola significa prendere una posizione. Senza di ciò il nostri figli perdono la terra sotto i piedi e non sanno che posizione prendere.

Siamo noi le loro radici e siamo noi la loro terra.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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