Può uno Psicologo occuparsi della Preghiera?
Certamente! La dimensione spirituale della vita delle persone è una componente essenziale della loro struttura psicologica. Senza pregiudizio per ciò in cui ciascuno crede, allo psicologo interessa l’aspetto fenomenologico del modo in cui la persona accede al Sacro.
Come dice il prof. Alletti, uno dei maggiori studiosi della psicologia delle religione in Italia:

“Gli psicologi con pochissime, ma rilevanti eccezioni, non amano il concetto di “sacro”, che è pressoché assente nella attuale letteratura. Pare a molti che il concetto di sacro faccia riferimento a qualcosa di dato, di consacrato per se stesso, quasi nella sua essenza. Mentre gli psicologi sono più interessati al movimento soggettivo con cui l’uomo si sporge oltre i confini della propria esistenza terrena e dell’esperienza fenomenica con un atteggiamento soggettivo, di speranza, di ricerca e/o di attribuzione di senso. La religione dà un nome a questo sporgersi del desiderio e della speranza.
Questa intenzionalità significante è comunque ancorata ad un dato culturale. Lo psicologo non studia il sacro, ma neppure studia la religione, o la religiosità, in astratto (l’homo religiosus) aspira piuttosto a studiare il funzionamento psichico della persona nei confronti della religione che incontra nella cultura.”

Ci sono quindi due dimensioni dell’esperienza religiosa una collettiva, pubblica, organizzata, istituzionale che è fatta delle forme rituali tradizionali e delle istituzioni religiose, delle chiese, delle organizzazioni, ed una più personale e intima che è invece legata al mondo psicologico individuale fatto di valori e di esperienze che nella preghiera trovano una espressione tipica.

In questo momento storico, non poter celebrare la S.Messa, ed in particolare i riti della Pasqua nelle Chiese, nella celebrazione collettiva festosa o solenne, non può lasciare indifferenti credenti e non credenti.

Guarda il video e poi continuiamo questa riflessione.

Come avrai capito la preghiera non è un esperienza banale.

Permette di entrare in contatto con una dimensione spirituale che rappresenta un legame tra corpo e mente e che ci tiene in contatto con gli altri e con il mondo reale, in un modo vitale. Proprio la ricerca di ciò che rappresenta la fonte della vita, ci permette di riconoscerci come creati, cioè limitati non onnipotenti, ma anche amati, nonostante tutto. Essere creati e non onnipotenti, infatti, è una fonte di equilibrio importante, perché ci permette di capire che non siamo amabili per il nostro successo, ma che siamo stati amati nel desiderio di qualcun altro che ci ha chiamati al mondo.

E questo rapporto o legame può essere indagato ed esplorato con gli strumenti della psicologia aiutando ciascuno di noi a recuperare la propria significatività, indipendentemente dal valore che diamo al valore di coloro che ci hanno generato.  Per molti infatti il legame biologico è causa di conflitti e di tensioni, ma hanno potuto vivere come significative altre esperienze di amore, altre figure educative e di riferimento importanti, spirituali, concrete, affettive. Ricostruire questa mappa di relazioni generative significa proprio potersi riconoscere come esitati da un amore che ha preceduto i nostri meriti.  Si tratta di una esperienza intima profonda ma essenziale per poter aver fiducia in un riscatto in una dimensione vitale non priva insomma di una speranza di apertura al cambiamento.

Un altro aspetto che voglio sottolineare è quello che la preghiera ci permette di celebrare ossia di rendere solenne, di dare senso a ciò che la vita quotidiana altrimenti rischia di disperdere, che siano i compleanni, i piccoli successi, le grandi emozioni, i passaggi della vita di crescita o di perdita.

E in questo tempo di isolamento, che segnerà per lungo tempo la nostra vita, tutti abbiamo perso qualche cosa, tutti abbiamo la sensazione di precarietà e di angoscia per il futuro. Tutti possiamo scoprire in questa tragica esperienza collettiva quale sia l’esperienza della dipendenza, dell’interdipendenza, della fragilità.

Questo ci rende umani e capaci di aprirci alla solidarietà, alla condivisione, a valori che danno speranza e per questo merita pregare, ossia celebrare l’umano che è in noi e nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità.

Francesco Milanese, classe 1960, Psicologo, Mediatore familiare, Formatore, specialista in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani. Mi sono sempre occupato di educazione, famiglia, benessere della persona, conflitti e comunicazione nelle relazioni umane.

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