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Archive for the ‘Educazione’ Category

Protocollo di osservazione del bambino a scuola

lunedì, marzo 26th, 2018

Da più parti negli incontri che faccio nelle scuole, con insegnanti e dirigenti, emerge la necessità di dotare questi operatori di strumenti pratici per meglio svolgere un delicatissimo compito che istituzionalmente ad essi è attribuito in ordine alla tutela del minore.

Si tratta della segnalazione alle autorità competenti di situazioni di disagio, malessere, o del sospetto di malatrattamenti e carenze nelle funzioni genitoriali. A tal fine riutengo possa essere ancora molto utile questo strumento che pur essendo datato, rimane valido come strumento per l’osservazione del minore ed al contempo per mettere al riparo insengnati e scuola da spiacevoli situazioni di difficoltà che possono crearsi quando si entra in terreni cosi delicati.

Il testo che si propone è composto dalle schede di un protocollo, dal metodo di utilizzo e dalla storia con cui esso è stato costruito.

PROTOCOLLO

Buona lettura!

Diritto bambino

sabato, marzo 4th, 2017

Riporto qui alcune parti del mio contributo al Festival internazionale del teatro per ragazzi in corso di svolgimento a Bologna. Per chi volesse, cliccando qui potrete vedere la  presentazione del mio intervento alla tavola rotonda svoltasi oggi 4 marzo 2017 dal titolo Diritto Bambino.

Questo testo è stato pubblicato sulla rivista Icaro a cura del Teatro Testoni.

Secondo una accezione di senso comune è responsabile chi sa dar conto dei propri atti, ossia chi da ragione dei propri comportamenti; è responsabile chi sa essere consapevole delle conseguenze delle proprie azioni. A queste definizioni si aggiunge quella più direttamente giudiziaria la quale deriva dalla ricerca ed individuazione di chi sia responsabile di determinati fatti: l’autore o il colpevole. La responsabilità intesa come caratteristica di colui che è responsabile, in primo luogo dovrebbe corrispondere alla capacità di dar conto dei propri comportamenti e della coscienza delle conseguenze da essi derivanti mentre, solo in secondo tempo, dovrebbe avere quella rilevanza giudiziaria che implica la sottomissione alla sanzione disposta dalla legge per la conseguenza della violazione ad un obbligo giuridico.
Diversamente, invece, si assiste ad un rovesciamento delle situazioni, caratterizzato da elementi di paradosso. Mentre aumenta la preoccupazione verso le cosiddette responsabilità, secondo una concezione puramente legata alla colpevolezza, che porta, anche nel mondo degli operatori educativi e sociali così come nelle pubbliche amministrazioni, a concepire la responsabilità come un pericolo, con la conseguente ricerca di strategie di evitamento, camuffate da vincoli gerarchici, oscure pratiche amministrative o interpretazioni rigide di norme spesso poco conosciute, si sta abbandonando l’ idea di una responsabilità intesa come espressione delle capacità del proprio ufficio, della propria professione, della propria capacità di svolgere al meglio e con consapevolezza il proprio compito.
In tante occasioni ci si sente dire: “si, ma poi chi si assume la responsabilità?” o più direttamente “come faccio io ad assumermi una simile responsabilità” nonché “si un bel progetto, ma poi se succede qualche cosa dovrei risponderne io?”. Ecco dunque la responsabilità come moderna interpretazione del gioco del cerino o del barile sul piano inclinato, ossia di qualche cosa che ciascuno cerca di allontanare da sé scaricandola su altri e non invece, come si presumerebbe, di saper assumere per sé. Una deformazione prodotta forse da due fattori concorrenti uno di contesto sociale e uno legato ad uno specifico deficit formativo.
Il contesto generale in cui stiamo vivendo registra un aumento costante della litigiosità e del contenzioso giudiziario. Oggi tutti gli amministratori, gli operatori delle pubbliche amministrazioni, temono che i propri atti, soprattutto quelli che agiscono direttamente sulle persone, possano essere oggetto di vertenze giudiziarie. Sempre di più il contenzioso giudiziario perde la funzione di esercizio della tutela dei propri diritti a vantaggio di una strumentale utilizzazione dello stesso per fini di potere, di tutela di privilegi e di interessi, se non proprio per raggiungere un utile economico diretto o una certa visibilità sociale. La giustizia così utilizzata perde la sua stabilità e credibilità perché diventa sempre più facile piegare, a proprio vantaggio ed in modo capzioso, le mille forme del diritto. Tutto ciò finisce per non far funzionare anche delle progettualità innovative a causa della preoccupata necessità di evitare in ogni caso di dover rispondere di qualche cosa andata storta o di un comportamento non preventivamente codificato.
E qui veniamo al secondo fattore: cioè la formazione. Sempre più la nostra formazione è rivolta all’operazionalità meccanica delle funzioni da eseguire, a qualsiasi livello nelle professioni, nelle vocazioni, nelle relazioni e ci scordiamo che senso teleologico (attinente ai fini cioè) ha il nostro agire. Perché una formazione deprivata di etica e teleologia, riduce l’agire all’esecuzione del compito, dove la responsabilità si pensa diluita nella catena delle gerarchie e le operazioni sono compiute senza consapevolezza del mandato e della ragione per cui si fa ciò che si fa. Come detto all’inizio, responsabile è parola che si applica alla persona cosciente delle proprie responsabilità; e la coscienza è legata alla conoscenza ossia alla capacità di vedere con chiarezza limiti e potenzialità, obblighi e diritti, in modo da rendere il proprio operato più sicuro e più capace di raggiungere davvero il proprio obbiettivo, di qualificare la mission specifica dell’operatore.
Il paradosso infatti è proprio che a furia di essere preoccupati di fare qualche cosa che possa dar adito a qualche chiamata di responsabilità gli operatori possano pervertire il proprio agire paralizzarsi, e rendersi pertanto incapaci di rispettare il mandato di fondo del proprio compito sociale, tradendo così sia la propria responsabilità individuale che quella organizzativa.
Chi fa educazione non può che educare all’autonomia ed allo sviluppo personale, ma questo certo comporta i rischi della fallibilità intrinseca nella libertà; chi fa cultura, teatro, spettacolo, arte, non può che seguire la propria indole critica e prospettica, ma questo può alle volte significare lo scontro con interessi altri.
Eppure la responsabilità propria dell’agire secondo il proprio consapevole modo di essere al mondo, significa sapere dare conto di ciò senza camuffarsi dietro a formule, astensioni od obbedienze…
Sento sempre di più l’urgenza, in questi tempi, di riprendere in mano il nocciolo del mirabile racconto del Grande Inquisitore di Dostoevskij, o della Lettera ai giudici di Don Milani. Riprendere in mano quei testi per comprendere come libertà sia intimamente connessa alla responsabilità e non già all’esaltazione egoistica di sé, del proprio narcisistico piacere, del proprio potere. … ma questo è un altro discorso!

Per chi volesse approfondire, questa è la presentazione del mio intervento alla tavola rotonda svoltasi oggi 4 marzo 2017 a Bologna, nell’ambito del festival internazionale del teatro per bambini.
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Bravi Genitori o Genitori e Basta?

mercoledì, febbraio 15th, 2017

Che l’adolescenza sia un periodo difficile è noto; è scritto in tutti i libri, ribadito sempre dagli esperti in ogni occasione. Forse bisognerebbe che noi genitori ci sforzassimo un po’ di ricordare la nostra adolescenza quando, anche se non siamo stati proprio dei ribelli conclamati, abbiamo sentito di essere e voler essere diversi dai nostri genitori quando, per un attimo almeno, abbiamo concepito il pensiero di essere stati adottati, oppure abbiamo pensato la famosa frase: “ se mai avrò dei figli io non faro mai così”.

Con la scusa di non fare come ci è stato insegnato però, siamo rimasti un po al palo, manchevoli di modelli e punti di riferimento e sempre più dipendenti dalle mode pedagogiche. Oggi ci troviamo in mezzo ad una serie di conflitti con i nostri figli da cui difficilmente riusciamo a districarci anche perché ci pare impossibile che non riescano a capire le nostre ragioni, così ragionevoli, così logiche… Eppure! Ma non era il dialogo che ci avrebbe salvato? Quella possibilità di confronto con un adulto che tanto ci è mancata quando eravamo giovani adolescenti noi? Perché non funziona ora con i nostri figli? Forse perchè speriamo,nel dialogo, di ottenere una impossibile amicalità con i nostri figli, o perché temiamo il conflitto con i nostri figli ed abbiamo sempre paura che se ci contestano non ci vogliano più bene.

Temiamo forse di non essere dei “Bravi genitori”. Ma che cosa vuol dire essere bravi genitori?.  Troppo spesso dietro a quel “Bravi genitori” si nasconde la preoccupazione di essere inadeguati a modelli sociali di riferimento; ma questo è più un problema nostro. Credo invece che i nostri figli abbiano bisogno di Genitori e basta, senza aggettivi,. Essere genitori vuol dire certamente saper rispondere in modo adeguato ai bisogni educativi dei figli, ma vuol dire anche essere uomini e donne adulti, cioè capaci di vivere la propria vita, di fare scelte, di confrontarsi senza confondersi nel compito di guida, capaci cioè di tenere in mano le redini della propria vita, superare i conflitti e guardare oltre alle difficoltà. Allora i nostri figli potrebbero riconoscerci come interessanti modelli con cui confrontarsi.
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Libertà di Coscienza e Vaccinazioni

martedì, febbraio 7th, 2017

Ho avuto modo di occuparmi della questione della libertà di coscienza di fronte alla vaccinazione molti anni fa quando ero Pubblico Tutore dei Minori della Regione Friuli Venezia Giulia (ho concluso il mio incarico nel 2008). Allora avevo elaborato un documento che in molte parti è ovviamente superato perché risale a più di dieci anni fa e molte delle questioni amministrative che vi si ponevano non si pongono ora. Ciò che rimane valido a mio avviso tutt’ora e che difenderei sempre, è che non si può mettere in discussione la necessità del vaccino come mezzo per combattere gravissime malattie e per eradicarle dal territorio.

La vaccinazione è una questione che, più di altre, sta a mezzo tra la salute come diritto dell’individuo e come diritto della collettività che, è bene ricordarlo, sono i due termini di riferimento al diritto alla salute posti nella nostra Costituzione. Non possiamo pensare cioè che la salute dell’individuo sia un valore se non tutelato dentro al valore della salute di tutta le collettività. Quando abbiamo un reato ambientale che minaccia la salute di tutte le persone che in quell’ambiente vivono questo principio lo comprendiamo bene. Identico ragionamento si deve poter fare per la vaccinazione perché la questione non riguarda solo il singolo individuo, ma la copertura vaccinale di una comunità.

In altri termini: se un bambino si ammala di una malattia per la quale i suoi genitori non hanno voluto vaccinarlo, potremmo anche dire che sono fatti privati e se la vedranno tra figli e genitori, ma se il bambino non vaccinato diventa contagioso per altri e permette agli agenti patogeni di aggredire altri bambini o adulti che possono ammalarsi a causa del contatto con bambini che veicolano il virus, questo non è più un fatto privato.
La libertà di coscienza di alcuni genitori, che per motivi ideologici non intendono vaccinare i propri figli, trova un limite nella tutela della salute collettiva che è determinata da una certa soglia vaccinale e quindi, anche se fosse possibile derogare per ragioni di coscienza ad alcuni soggetti dall’obbligo di vaccinare i figli molto piccoli, quando questi bambini entrano nella scuola o in altri ambienti di socialità diffusa, è giusto che tale soglia vaccinale sia preservata e le persone obbligate alla vaccinazione.
Continuare a denigrare il valore delle vaccinazioni perché dietro ci sarebbe un business, o affermare che le epidemie sono programmate dalle multinazionali del farmaco, mi pare sia culturalmente pericoloso, non già perché sia il portato di una cultura alternativa pericolosa per la cultura ufficiale, ma semplicemente perché falso. I virus esistono, le malattie ci sono ( secondo l’OMS oltre l’80%dei morti di morbillo nel mondo non era vaccinato). Tra gli strumenti per prevenirle e curarle la medicina ha inventato i vaccini che salvano costantemente la vita delle persone. Diversamente, come risulta dai dati economici, le medicine alternative, la fitoterapia, la omeopatia, o i fiori di Bach, che sarebbero secondo i loro sostenitori le uniche cure “umane”, non sono meno inquinate dal business, anzi direi che in moltissimi casi esse sono diventate il business di riserva delle stesse multinazionali del farmaco. Quindi non è che da una parte c’è etica e dall’altra no.

La questione di una maggiore eticità della medicina è vera e necessaria, ma non si può porre a partire dalla falsificazione degli elementi di realtà.

Nota finale: Per scrivere questa nota, né io ne alcuno dei miei familiari, ha ricevuto alcun finanziamento da alcuna multinazionale del farmaco. Ho agito spinto da una necessità di coscienza, orientando la mia ricerca al bene, come ho imparato a fare nella lunga consuetudine di pensiero e ricerca spirituale della nonviolenza.

Profilo Minore

martedì, dicembre 6th, 2016

Riprendo la pubblicazione di “Profilo Minore”una rubica di riflessione sul tema dell’educazione, delle relazioni familiari, della genitorialità.
Partiamo dal tema del dialogo. In educazione, spesso, il dialogo è inteso dai genitori come una strada a senso unico: loro che parlano e i figli che ascoltano. Presi come siamo dall’ansia di dover spiegare tutto, ci perdiamo in inutili verbosità.

Il dialogo non è una predica, è anche ascolto. Ascolto del figlio, anche se piccolo, ascolto vero, umile. Noi presumiamo spesso di sapere cosa i nostri figli pensano, sentono, fanno, in realtà li ascoltiamo poco e parliamo molto.
Eppure l’educazione è innanzitutto una relazione. Ecco quindi queste piccole opportunità di riflessione che vi propongo nella forma del video, per continuare la relazione con voi genitori, educatori, operatori, anche attraverso la rete. Potrete scrivere quello che pensate, farmi domande, stimolare nuovi approfondimenti.
A presto!

Disconnessi dalla democrazia

martedì, aprile 21st, 2015

In occasione della dodicesima edizione del “Safer Internet Day” (SID) celebrata a febbraio scorso e dedicata alla sensibilizzazione sull’uso sicuro e consapevole della Rete, è stata pubblicata una ricerca curata  da Ipsos per Save the Children  da cui emergono dati molto significativi sul rapporto tra la cosiddetta generazione 2.0 ed il mondo dei social network.
Al di la di molte  conferme, ciò che colpisce di questa ricerca è che circa l’11,5% dei ragazzi tra 11 e 17 anni non abbia, né abbia avuto nell’ultimo anno, alcun contatto con la rete. È la categoria “dei disconnessi,” ragazzi che non conoscono il mondo di internet o dei social, non per per una qualche scelta, ma per necessità o, per meglio dire, per carenza di risorse economiche sufficienti. Questi ragazzi negli ultimi dodici mesi, per le stesse ragioni economiche, non hanno letto un libro, non sono andati al cinema, non leggono i giornali, non vanno a teatro, o ad un concerto. Sono sconnessi dal mondo tout court. Se un eccesso di connessione presenta molte problematiche ed anche alcune criticità, è pure vero che offre anche molte opportunità di crescita, da cui invece resta tagliata fuori questa notevole fetta della popolazione giovanile. Secondo la nostra Costituzione (art.3.2), è compito della Comunità Repubblicana rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che limitando di fatto la libertà dei cittadini impediscono la possibilità della loro partecipazione alla costruzione della democrazia. Il tema mi pare ancora attuale.
Per lungo tempo abbiamo creduto che la scuola avesse un compito sociale importante nel garantire l’accesso alla conoscenza delle classi più emarginate della società e, per molto tempo, nel nostro paese, il sussidiario é stato  l’unico libro presente in casa di molte famiglie. Oggi ancora una volta questa sfida mi pare presente anche se con caratteristiche di contenuto diverse. Spetta io credo innanzitutto alla scuola, ma più in generale alle tante agenzie educative, riprendersi un compito costituzionalmente ineludibile, cioè l’ alfabetizzazione delle giovani generazioni verso strutture di linguaggio radicalmente nuove da cui però non possiamo restare esclusi pena giocarci proprio il futuro. Il problema non è solo quello di insegnare informatica a scuola, anzi. Il problema è quello di informatizzare l’insegnamento, di stravolgere le metodologie di insegnamento basate sulla stratificazione dei saperi per muoversi sul piano dei saperi connettivi. Preliminarmente però bisogna permettere a tutti di avere, grazie alle tecnologie, l’accesso alla nuova conoscenza: parlo delle connessioni libere, dei pc a disposizione, nelle aule e nelle biblioteche. Come  a dire il sussidiario nella società  2.0. Spetterebbe alla scuola, se ci si vuole investire, il più nobile dei compiti: favorire l’uguaglianza di opportunità per far crescere la democrazia. Attenzione, non l’egualitarismo che ha ucciso il merito! Parlo proprio dell’uguaglianza come strategia e opportunità: è tutta un’altra cosa.

 

Qui puoi leggere il rapporto intero. Fai clic sul testo.

Minori e internet_2015

Laboratorio di autoformazione comunicativa.

mercoledì, febbraio 11th, 2015

Corso ComunicazioneFotoCome mai se io parlo,  non mi capisci?
Quante volte nella vita ci è capitato di sentire o di dire frasi simili?
Siamo sicuri che basti parlare per farsi capire? Pur vivendo nella società della comunicazione, spesso non sappiamo dire le cose importanti, o non le diciamo nel modo giusto e questo ci limita in molte occasioni, nelle relazioni personali, ma anche in quelle professionali e sociali in genere. La comunicazione efficace è un buon punto di partenza per cominciare a migliorare il proprio stile di vita, migliorare le relazioni, l’immagine di sé, la propria autostima, potenziare le caratteristiche positive della propria personalità
Vuoi provare a fare qualcosa per migliorare la comunicazione con le persone? Al lavoro, con i tuoi figli, con le persone cui tieni? Vuoi provare a migliorare le tue relazioni? Vuoi che chi ti incontra si accorga davvero di te? Ti piacerebbe risultare più efficace nel dire le cose?

Vieni a provare!
Laboratorio di autoformazione comunicativa.
Autovalutazione dei propri punti di forza comunicativi
Assertività e persuasione
Simmetria e complementarietà
Parlare con il corpo
La voce, il tratto, lo sguardo, la postura
Parlare in pubblico
Tecniche di ascolto attivo

Ogni martedì in via del Gelso,3 a Udine
Gruppo A dalle 18.00 alle 20.00
Gruppo B dalle 20.30 alle 22.30.

Il laboratorio si realizzerà con la presenza di un numero minimo di iscritti.
Per iscrizioni e informazioni : 3387383060
Corso Comunicazione2v_s

” Fuori di Udine non c’è il mondo?”

domenica, dicembre 14th, 2014

Sarebbe troppo facile in questi giorni, per uno che si occupa di diritti dei bambini, cadere nella tentazione di parlare delle tragedie di questi giorni; mamme che uccidono i bambini, bambini che cercano di difendere le mamme da padri assassini, e via dicendo. Facile, perché tutti ne parlano, facile perché tutti i discorsi sono già stati fatti, facile perché ci vuol poco per dire che questa sovraesposizione mediatica delle atrocità, delle tragedie, non può che destabilizzare i bambini che ascoltano tutto e potrebbero cominciare a diffidare proprio di coloro che dovrebbero proteggerli più di ogni altri. Detto ciò sarebbe detto tutto, perciò ogni parola ulteriore ha a che fare con il superfluo . Per ,questo cambio subito registro. In una recente indagine, (rapporto giovani 2014 dell’istituto Toniolo pubblicata da il Mulino)i giovani coloro che hanno compiuto nel duemila la maggior età, e poi giù, sono poco propensi a pensar se stessi come capaci, anche se hanno un titolo di studio, anche se hanno idee e creatività, pensano di non poter avere diritto ad avere stipendi proporzionati alla loro preparazione, si accontentano del precariato. Hanno introiettato la crisi, ma in termini depressivi, come assenza di prospettiva, non come esigenza di riscatto, non come esigenza di innovazione, non come ricerca di una via d’uscita.  Sono ragazzi che hanno nella mamma la figura di riferimento fondamentale e, assieme alla mamma, gli amici. Sarebbe interessante andare ad indagare, secondo uno schema di analisi socio-simbolica di questa correlazione, di ciò che il materno e l’amicale rappresentano, in quanto atteggiamento consolatorio e in fondo statico. Se è vero che manca il paterno, in questa situazione, sociale e familiare, manca forse anche la spinta evolutiva, il richiamo oltre ciò che è consolidato, ciò che comunque c’è e ci sarà, proprio come dovrebbe essere la mamma, almeno nella dimensione profonda, quella che ci rende proprio inaccettabile sotto il profilo etico, emotivo, sociale, questa escalation di crimini familiari. Come uscirne dunque? L’idea mi viene da una esperienza recente, un incontro casuale, che mi ha fatto però molto riflettere. In un viaggio tra Udine e Venezia ho conosciuto una studentessa poco più che ventenne, cinese di Shanghai, che studia in una facoltà a Udine. Mi ha incuriosito il fatto che una giovane  figlia di una borghesia ricca, che può far studiare una figlia all’Estero, parte  da una città di dodici milioni di abitanti per finirei studiare aUdine. Mi ha raccontato di vedere molti suoi colleghi friulani che studiano a Udine e che hanno già un avvenire professionale continuando la professione dei genitori, che vengono quindi da situazioni come la sua, di buona borghesia, ma che restano qui a vivere e studiare. E mi dice:” ma fuori da Udine non c’è forse il mondo?”.
Ecco appunto, siamo fermi con mamma e con gli amici, e fuori? non sto invocando la fuga all’estero, ma la ricerca, l’incontro, lo studiare fuori, l’andare a fare i conti con se stessi e con ciò che di grandezza piccolo, bello o brutto, o semplicemente diverso, c’è nel mondo. Il mondo appunto!

L’indifferenza che uccide

venerdì, ottobre 17th, 2014

Nel comune di Caivano (NA) c’è un quartiere che si chiama Parco Verde, costituito da palazzotti brutti, uno a fianco all’altro, dove il verde non è neppure un colore, dove sono concentrate oltre 4000 persone, accuratamente selezionate tra carcerati, piccoli artigiani del crimine domestico, dove si spaccia, ci si prostituisce a poco, dove sono concentrate insomma le disgrazie sociali delle mille periferie delle nostre città. Non ci sono stato, ma questa descrizione è il sunto dei molti resoconti che si possono leggere sulla stampa in questi giorni dopo che è stata divulgata la tremenda notizia che Fortunata, una bimba di 6 anni, trovata morta qualche giorno fa come fosse caduta da un balcone, è stata brutalmente uccisa ed era vittima di abusi sessuali. I commenti si sono scatenati sul quartiere dell’orrore che copre l’orco, su come sia possibile che avvengano certi abusi senza che nessuno se ne accorga, sull’indifferenza…. etc. Andando a leggere i mille articoli su questo dramma che potete trovare in rete, mi sono reso conto di un aspetto paradossale: mi è balzata agli occhi una sorta di contraddizione semantica tra contenuti e contenitori. Mentre leggevo articoli degnissimi di buona scrittura e dai contenuti assai condivisibili, ero continuamente distratto dalle immagini provocanti di signorine, o attrici, note per ragioni di pettegolezzo, che si alternavano nelle gallerie fotografiche mobili della pagine web. Anche le pubblicità presenti erano ammiccanti, e i link degli articoli consigliati erano tutti a chiaro sfondo sessuale anche se di tutt’altra natura rispetto a quello che stavo leggendo. Mi sono chiesto come si potesse stigmatizzare la perversione pedofila in un contenitore che inneggia costantemente alla sessualità come ammiccamento, trasgressione, etc. Poi però mi sono reso conto che la questione non è solo questa.
La questione è infatti inerente al modo in cui è costruito il sistema della comunicazione digitale. Se una volta l’impaginatore di un giornale sceglieva che cosa andava in pagina con un criterio contenutistico, oggi il programma digitale organizza i contenuti con un algoritmo semiologico. In parole povere se nel contenuto di un articolo seriosamente scritto figurano certe parole tipo “sessuale” il sistema lo metterà accanto a tutti gli articoli che hanno a che fare con parole simili, perché il computer non può sapere se chi scrive vuole stigmatizzare l’abuso o esaltare il prurito sessuale e li accomuna nella stessa pagina. Ne risulta una pagina web che a prima vista pare contraddittoria, ma che ben rappresenta il paradosso di una società in cui si rischia, ben oltre il relativismo, l’indifferenza dei comportamenti e dei contenuti, perché sono sempre presentati giustapposti uno accanto all’altro senza ordine o criterio. Ecco qui l’indifferenza, esattamente quell’astensione etica, quel sottrarsi al dovere di esprimersi intorno a ciò che è giusto o sbagliato, che è il brodo di coltura da cui emerge l’orco e in cui ci si può nascondere.

Averli in testa e non ad intenerire il cuore

venerdì, settembre 19th, 2014

Per esperienza diretta, consumata in svariati lustri di impegno, non conosco uomo politico o figura istituzionale,  che non dica frasi del tipo: “i ragazzi, i bambini sono il nostro futuro”, “a noi sta molto a cuore la condizione dei giovani”… Ecco, bene, però…. però …
Verso la fine del secolo scorso e nei primi anni di questo ( cioè non più tardi di dieci anni fa, ma oramai sembra davvero passato un secolo) era molto vivo in Italia il dibattito e la attenzione, non solo mediatica, per le politiche  legate alla condizione dell’infanzia e sembrava ci fossero in campo volontà, risorse, creatività. Grazie all’impulso dato a queste politiche dai governi Prodi e dalla ministra Livia Turco ( la nomino perché nessuno più sembra ricordarla) furono varate enormi innovazioni sul piano sociale e legislativo con azioni politiche che ottennero risultati immediati. Ad esempio sono stati chiusi gli istituti e gli orfanotrofi, sono proliferati le comunità di tipo familiare per i minori, gli affidi temporanei, sono nate progettualità specifiche a livello territoriale per la tutela dei minori fuori famiglia e per il sostegno all’adozione, ma… ci si è dimenticati la lezione che proprio Livia Turco aveva a suo tempo imposto: senza soldi, le politiche, anche le migliori, decadono e perdono i loro effetti. Negli ultimi Piani nazionali (e dunque regionali) per l’Infanzia sono spariti i soldi. Il piano nazionale per l’infanzia è un obbligo derivante da leggi e da convenzioni internazionali che tutti i paesi del mondo devono predisporre ogni due anni. Il nostro Paese è fermo al 2011. Negli anni la carenza di fondi e la “ grande sensibilità “ ai problemi dell’infanzia hanno prodotto un dato significativamente perverso. Diminuisce, in percentuale e in valore assoluto, il numero dei minori in affidamento familiare, mentre ritorna a crescere quello di minori in comunità. Parallelamente aumenta il numero delle famiglie che fanno domanda di adozione, aumenta il numero di minori dichiarati adottabili, ma diminuisce il numero delle adozioni. Il che significa che aumenta, percentualmente ed in termini assoluti, il numero dei minori fuori famiglia. “Una tendenza che va invertita” ha dichiarato il Garante nazionale dell’infanzia alla presentazione del Rapporto delle ONG d’Italia sullo stato di attuazione dei diritti dei minori, di luglio di quest’anno. “A oggi non esiste un monitoraggio compiuto a livello istituzionale delle risorse dedicate all’infanzia e all’adolescenza e manca una strategia complessiva sul piano nazionale e una visione di lungo periodo”. Dunque stiamo arretrando e, se non vogliano scadere nella retorica e nell’ipocrisia, bisogna ritornare a costruire progettualità sociale, innovazione, bisogna riqualificare la spesa in questo settore e investire perché i soldi risparmiati oggi sull’infanzia sono spesi domani sulla cura delle patologie sociali.  Come a dire che i bambini, se sono davvero il nostro futuro, bisogna averli in testa e non ad intenerire il cuore.